Sul costruire un’isola artificiale ed indipendente: i casi celebri

Installazione di una piattaforma simile a quella di Sealand

A tutti gli internauti sarà capitato di sentire parlare di Sealand, la piattaforma al largo delle coste inglesi che viene rivendicata come nazione. Una storia fuori dall’ordinario e dal tono eccentrica quella del proprietario, il britannico  Roy Bates, e del del suo microstato, iniziata quando nel 1966 Bates occupò una ex-fortezza della Royal Navy situata a circa 4 miglia nautiche dalla costa. Costruite come difesa dagli attacchi tedeschi, queste piattaforme vennero successivamente abbandonate dai militari. Considerato che all’epoca dell’occupazione di Bates le acque territoriali del Regno Unito non si estendevano oltre le 3 miglia nautiche dalla costa, il Principato di Sealand, questo il nome ufficiale, costituisce di fatto un caso senza precedenti. Una sentenza emessa da un tribunale inglese nel 1968 ha dichiarato tra l’altro che la piattaforma di Sealand si trova in acque internazionali essendo di conseguenza fuori dalla competenza del Regno Unito. Secondo Bates poi, il fatto nel 1978 la Germania intervenne per trattare riguardo la liberazione di un cittadino tedesco (che si era illegittimamente appropriato di Sealand occupando la piattaforma insieme ad un gruppo di arditi) dimostra de facto il riconoscimento del principato da parte dei tedeschi.

Ma cosa succederebbe se a qualcuno venisse in mente, oggi, di occupare un forte abbandonato o costruire un’isola artificiale in mezzo al mare?

Innanzitutto, bisogna considerare che le acque territoriali dal 1982 non si estendono più per 3 miglia natiche, ma per 12 (Convenzione di Montego Bay). Inoltre la stessa convenzione stabilisce delle zone economiche esclusive di 200 miglia nautiche (370 km) entro le quali ogni nazione esercita delle competenze esclusive quali sfruttamento delle risorse, giurisdizione e ricerca scientifica.

Un sistema di galleggianti modulari messo a punto nei Paesi Bassi

Le ZEE (zone economiche esclusive) pongono di fatto l’inizio delle acque internazionali solo oltre la piattaforma continentale, rendendo quindi di fatto improbabile il ripetersi di nuovi casi Sealand, a meno che non si ci trovi in acque bassissime, come ad esempio il Mare del Nord. Questo, naturalmente, a meno che a qualcuno non venga in mente di far nascere isole artificiali nel Pacifico.

Ed in quest’ottica una realtà già c’è ed è quella del progetto BlueFrontiers, che prevede la costruzione di un’isola galleggiante nel Pacifico al largo di Tahiti nel 2022.

Dietro BlueFrontiers, il cui costo stimato (iniziale) si aggira sui 200 milioni di euro, ci sono diverse società di investitori tra cui Pether Thiel, fondatore di Paypal nonchè ideatore del progetto. Certo, è sicuramente meno economico rispetto all’installazione di una piattaforma non galleggiante come quella del Principato di Sealand (che fu messo però in vendita a 768 milioni di dollari nel 2008, ThePirateBay sognò di diventarne acquirente) o di una piattaforma offshore, per la cui costruzione servirebbe sborsarne (almeno) alcune decine di milioni.

 

Un semplice esempio di isola artificiale, situata nel porto di Copenhagen

Ricorrere alla più semplice delle soluzioni, cioè comprarsi direttamente un’isola, sarebbe senza dubbio l’idea più percorribile, se non fosse che tutte le isole che si possono acquistare sono collocate a pochi chilometri dalle coste, e tutti gli stati sovrani di guardano bene dal commettere la sventatezza di dar via i propri territori posti al di fuori delle acque territoriali. Ma non tutti cercano l’indipendenza come Sealand. Il sito Private Island è forse l’agenzia più celebre, almeno nel web, che effettua mediazioni tra “venditori” e “compratori” di isole. Curioso è il fatto che per comprarle non servono sempre cifre stratosferiche. Si parte addirittura da prezzi inferiori ai 100 mila euro, praticamente meno del costo di un appartamento.

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento