Tempo Libero

La poesia è morta? No, ma i poeti oggi non esistono più

La poesia è sempre là dove deve stare, intendetemi. È sempre sul suo piedistallo, immortale, venerea, sublime. È il poeta che è venuto a mancare. Una bella poesia fa sempre il suo effetto, a chiunque la legga e ammesso che il lettore la sappia/possa capire. Ma la sacralità del poeta, il nome letto sui libri di scuola, è scomparsa. Meglio così: si eviterà prosopopaggini di chi ha vezzi di immortalità, gli si dirà: tu non sei nessuno, il tuo nome è dimenticato. Solo la tua poesia vive, sempre che qualcuno possa leggerla.
La poesia sarà dunque qualcosa di più di una canzonetta, ma non apparterrà più a un circolo di mostri sacri. Oggi più che mai è democratica, è di tutti. Tutti la possono leggere, e soprattutto tutti la possono scrivere. Nei forum su internet mi è capitato di vedere poesie da terza elementare a rime baciate con più like di opere di gran lunga più meritevoli pubblicate sullo stesso mezzo.
Allora direte, sì ma non è che manca la sacralità del poeta perché poeti si è tutti, ma piuttosto perché manca una critica, qualcuno che indirizzi verso tra tutte le poesie l’espressione più alta.
Forse è allora questo che manca? Una critica? Non c’è più nessuno che sappia  capire la poesia? Ma cos’è quindi la poesia? E cos’è la critica? È una domanda aperta.

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Facebook è morto e la sua eredità passa alle community di medio livello

Non è un segreto il fatto che i social network abbiano perso la popolarità che avevano qualche anno fa. Se prendiamo come esempio Facebook, il social network per antonomasia, è oggi diventato un luogo di ritrovo per personaggi attempati, o comunque per gente di una certa età. Non dico che sia diventato il corrispettivo telematico di un centro anziani ma ci siamo quasi: la linea evolutiva che ha seguito è quella. La fascia più giovane di età ha abbandonato l’uso attivo di Facebook già da quasi cinque anni ormai: in Italia la fase esplosiva del social di Zuckerberg si ebbe tra il 2009 e il 2013, anno in cui si raggiunse un picco vertiginoso di utenti a motivo della diffusione degli smartphone (anche tra gli adulti), poi è andato scemando. Oggi Facebook si usa soprattutto tra gli utenti di mezza età: mamme, attivisti, gente attiva socialmente. Ma la linfa portante del fenomeno social è spenta. L’ultima volta che sono entrato su Facebook mi sembrava di essere sbarcato su un Twitter 2.0: vedevo solo post di gruppi con discussioni sopra discussuoni e gente che litigava su ogni cosa per ogni minimo pretesto, come se andasse a cercare la discussione social per cercare di sopire internamente quella rabbia interna del loro vivere civile nella realtà. Ma la percezione di fondo è comunque la stessa, e cioè a dire che i social network cosa sono diventati se non una gogna mediatica dove esporre tutto il meglio, quindi il peggio, di noi stessi? È una corrida, uno show finito male, un qualcosa di ormai inattuale e dagli effetti oggi quasi circensi. Domanda: qual’è dunque il futuro del vivere sociale sul web? Esiste un futuro per i social network ‘nativi’ o questi sono destinati a sparire per far spazio alle migliaia di piccole cerchie che si radunano sul web: le ‘community’ targetizzate, quelle cose che ci piacciono, che seguiamo e per cui la gente si mette insieme. La community più famosa in Italia è certamente quella di Youtube, che, bisogna specificarlo, non è un social network, o almeno non solo quello. È pur sempre gente che ha a che fare con i video, in relazione aperta con l’editing, o con il gaming magari, ma il target c’è sempre: si parla di video. È così è un po’dovunque nel web: si va dal piccolo forum di aeromodellismo tipo il Barone Rosso alla community di makers come Instructables o Hackaday, e tutto questo mettendo insieme gente appassionata di qualcosa. Anche Instagram, che in un certo senso ha sostituito Facebook, è in realta una grande community per le foto, non un social generalista. Se non fosse che insieme a Instagram sono arrivate le storie (opera di Snapchat) che hanno largamente sostitito stati e album di Facebook. La chat è stata ereditata da Whatsapp, che è diventato un po’ l’Msn mobile della situazione, sostituendo a sua volta quasi interamente gli sms. Ma non a tutti piace postare foto.

Alcuni invece ritebgono sia meglio spiegare i fatti con le parole, o semplicemente quello di cui si occupano si può spiegare solo a parole, ed è per questo che si rifugiano su Twitter, anche lì gogna mediatica infinita ma utile come rss personale e fonte di ciò che acccade nel mondo, specialmente se in tempo reale.
L’informazione, quella vera, sembra quindi non destinata a concentrarsi nel generalismo ma nella specializzazione. Così come nella vita reale, ognuno segue i suoi interessi costruendo l’informazione competente sul web. Per tutto il resto c’è  Whatsapp, naturalmente.